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Diagnosi differenziale e fattori terapeutici nei DCA

Diagnosi differenziale e fattori terapeutici nei DCA

di Sabba Orefice

Questo terzo articolo vuole essere una esemplificazione delle possibili conseguenze
dell’approfondimento psicopatologico derivante dallo studio dei casi con maternità conflittuale
nella strategia e nella tecnica dei trattamenti dei DCA.
L’esperienza con le madri delle pazienti con DCA, come ho già avuto modo di dire, fornisce informazioni
clinicamente rilevanti come già in parte e succintamente descritto in “psicopatologia
oggi”, informazioni che hanno una caratteristica: provenienti dalle madri più attente, hanno
aperto un capitolo particolare a proposito di “psicopatologia descrittiva”.
Una madre, che sin dal parto si sentiva avvilita e in grave difficoltà per il proprio inaccettabile rifiuto
verso la neonata e il doverla nutrire, ricostruì l’insorgenza e la ripetizione del ritiro dal cibo
da parte della piccola con una penosa descrizione dei sentimenti intercorrenti. Il suo racconto si
soffermò soprattutto su un vivo ricordo: la figlia, due mesi, sentiva quando lei le si avvicinava
più abbattuta, non sentendosi di nutrirla e non volendo farlo e si ritraeva, abbattuta anch’essa.
Ho utilizzato il termine “simile al ritiro anaclitico”, ma sarebbe bastata la descrizione della madre:
“la piccola non poteva più mangiare, era avvilita perché sentiva me così”. “Il giorno dopo o
qualche giorno dopo mangiava avidamente, spaventata come se fosse l’ultimo pasto e io proprio
non la volevo”. Con una serie di casi simili iniziai, e successivamente iniziammo1, a ripensare
all’insorgenza del disturbo alimentare a partire dalla “psicopatologia descrittiva” derivante
dalla sentita esperienza di madri che per aiutare la figlia si rituffavano nella dolorosa e tormentosa
esperienza vissuta insieme alla loro creatura. La frequente descrizione di un disturbo alimentare
subclinico, che non si traduceva quindi in un disturbo alimentare dell’infanzia ma
esplodeva poi nell’adolescenza, forniva una traccia molto viva e vera, “non interpretativa e non
psichiatrica” dell’impronta emotiva che segnava indelebilmente il modo di sentire della coppia
madre – figlia. La descrizione del clima di allarme e di difficoltà instauratosi molto presto nella
previsione e nell’attesa dell’ora del pasto colpì subito per la sua persistenza: pur essendosi attenuato
dopo lo svezzamento, l’allarme in questi casi permane sotto traccia comunque come
una inquietudine e riesplode molto più avanti, al comparire della sintomatologia. La figlia, solitamente,
avrà anche lei una analoga inquietudine, che diventerà invasiva nella sua esistenza
dal momento della crisi, tanto da farmi coniare l’orribile termine di cuneo nel Sé, per rendere
l’idea di come questo sentimento di allarme deformasse stabilmente l’esistenza, il modo di sentire
e pensare, della paziente.

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Diagnosi differenziale e fattori terapeutici nei DCA – Sabba Orefice

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